Non è colpa mia!
- Giulia Cosi

- 9 mag 2021
- Tempo di lettura: 6 min
Tic, tic, tic.. l’unico suono che sento e sul quale mi concentro è quello della macchina che monitora il mio battito cardiaco, intorno a me il caos ma io sono paralizzata, osservo in maniera sfuocata ciò che mi sta succedendo. Perché io mi trovi qui? In questa stanza di ospedale sterile e fredda? Medici e infermieri mi corrono intorno con aria preoccupata, qualcuno mi rivolge uno sguardo di apprensione, altri troppo concentrati sul loro lavoro ignorano completamente i miei occhi, l’unica parte del mio corpo che riesce a muoversi, l’unica parte del mio corpo alla quale posso fare affidamento. È come vedere un film non riesco a parlare, forse avrò la mascella rotta, respiro piano e con fatica ogni volta che cerco di mandare all’interno dei miei polmoni l’aria una fitta di dolore mi tramortisce. Ho una mascherina che mi aiuta a respirare ma non basta, vorrei poter muovere anche solo un muscolo del mio corpo vorrei poter urlare, non per il dolore, quello forse l’ho meritato, ma per la disperazione. Sapevo in cuor mio che alla fine mi sarei ritrovata in questa situazione, ma era un’idea che cercavo di soffocare attraverso il mio cervello, attraverso il mio sentimento, a ogni colpo a ogni calcio ripetevo a me stessa, che era solo una brutta giornata che l’indomani sarebbe stato un giorno migliore e invece quel bello che mi aspettavo non arrivava mai.
Un’infermiera dai capelli ricci e neri mi guarda, non posso vedere il suo sorriso ha la mascherina, ma lo posso percepire dai suoi occhi, cerca di infondermi coraggio, ma il mio cervello, lo stesso che ha sempre giustificato lui continua a ripetermi: te lo meriti davvero? Ti meriti di continuare a vivere? Una lacrima mi riga il viso ed io la lascio andare, un piccolo sfogo forse l’unico che mi è concesso in questo momento.
Ero una ragazza allegra prima di incontrarlo, ero felice di vivere la mia vita ero felice di aver ottenuto quel posto in quella grande azienda, in quella grande città, ero pronta ad assumermi tutte le responsabilità, puntavo in alto, ho sempre puntato in alto. #Lui lo conobbi li, a lavoro, in quel posto che mi sembrava magico, in quel posto che avevo definito la mia seconda casa. All’inizio mi corteggiava, ed io invece lo ignoravo. Quando alla fine decisi di dargli una possibilità me ne innamorai completamente.
Sono sempre stata #innamorata dell’#amore, ho sempre aspettato il #principe azzurro e quando ho incontrato lui, con i suoi occhi color nocciola ne ero certa che la mia favola stesse per iniziare, ricordo i fiori, i cioccolatini, le cene galanti, i regali inaspettati ero felice, ero davvero felice, cosa avrei potuto chiedere di meglio? Mi amava, lo sentivo, ogni singola particella del mio corpo sentiva che era lui il mio principe azzurro, era il mio eroe. Quanto mi sbagliavo, ora lo so, quanto sono stata stupida e sciocca, in alcuni momenti cieca e ignorante è tutta colpa mia, è solo colpa mia
Ora forse, capisco perché mi comportavo in quel modo cosi infantile, perché, all’inizio, respingevo le sue #attenzioni, avevo paura di perdermi completamente nei suoi occhi, di annullarmi per lui. Non ho mai creduto al destino, ma forse ora, per placare i miei sensi di colpa, mi costringo a credere che dovesse andare così.
Mi ripetevo all’inizio che non c’era nulla di male ad accontentare le sue richieste, per quanto strambe esse fossero, ne ero felice in un certo modo, ero felice che lui fosse cosi geloso di me, dimostrava di tenerci giusto? È questo l’amore in fondo, #rispettare l’altro, trovare un punto d’incontro tra i miei bisogni e i suoi, e allora io avevo iniziato a non mettermi più quelle gonne che lui definiva “da prostituta”, evitavo di uscire con le mie amiche, perché lui non si fidava di loro, rimanevo a casa anche quando lui non stava insieme con me. Non volevo perderlo lui mi amava.
Che stupida, ora lo so, quello non era #amore, non lo è mai stato, come ho potuto essere cosi stupida e credere che quello fosse davvero un principe azzurro, non era nulla, era solo un pazzo, un folle, mi ha rovinato la vita.
La prima volta che mi picchiò lo fece dopo una discussione molto accesa in cui, lo accusavo di aver fatto il cascamorto con una mia collega, lui diceva che ero pazza, che avevo le allucinazioni, mi tirò uno #schiaffo in pieno volto mi fece cadere a terra, mi lascio lì a #piangere. Si presentò il giorno dopo con un mazzo di fiori e tante scuse. In seguito provai anche i suoi calci, ricordo ancora che una volta mi dimenticai di fare una commissione, mi spinse a terra e mi colpi violentemente nello stomaco, quella è stata la prima volta che ho avuto paura di morire, quella è stata la prima volta che sono rimasta senza respiro, quella è stata la prima volta che i miei occhi l’hanno visto in maniera differente, lo riconoscevo come quello che era: un mostro. Sentivo spesso in tv notizie di #donne vittime di #violenza che nel peggiore delle ipotesi morivano massacrate di #botte. #Femminicidio di questo si parla, ma continuavo a ripetermi che non era il mio caso che lui aveva solo quest’assurdo modo di sfogare la rabbia.
La consapevolezza che mi dovevo allontanare, si faceva strada dentro di me, giorno dopo giorno mi rendevo conto che, quella favola che avevo costruito nella mia mente in realtà era solo un incubo. Dopo l’ennesimo colpo, avuto perché la mia maglia era troppo scollata, dopo aver sentito il sapore metallico del mio sangue in bocca decisi di evitare le sue scuse che, prontamente arrivarono il giorno dopo, decisi di non rispondere ai suoi messaggi e alle sue chiamate. Era un giovedì pomeriggio, ieri per l’esattezza, sembra essere passata un’eternità da quando salutai la mia collega e uscendo da lavoro le mie mani iniziarono a tremare, avevo deciso di contattare quel #numero che avevo letto tanto tempo fa su una rivista e che, non avevo mai dimenticato, 1522. Reggevo a stento il cellulare tra le mie mani, pesava come fosse un macigno, era il momento di ricominciare, ricordo il mio cuore battere fortissimo contro il mio petto, ricordo che vedevo la luce in fondo al tunnel, ricordo la speranza. Ricordo quella #sensazione, già, se solo avessi deciso di chiamare prima quel numero, forse, ora starei in casa con la mia mamma e mio papà a ridere davanti a una cioccolata calda e invece no, stavo per premere quel tasto verde stavo per farlo davvero, mi dovete credere, ma lui è stato più veloce di me. Ero a un incrocio, ricordo di aver guardato a destra e sinistra, di aver tolto lo sguardo da cellulare per assicurarmi che non ci fossero macchine in arrivo ma, due fari mi accecarono la vista, il rombo di una macchina sopra il mio corpo. Non ricordo il #dolore della collisione, la macchina che mi colpisce in pieno sul fianco sinistro, trascinandomi sul cofano per poi farmi scivolare lentamente sull’asfalto freddo e duro, nelle mie orecchie il fischio sordo della frenata di quell’auto impazzita. Dev’essere successo tutto cosi velocemente, io lo rivivo a rallentatore. I ricordi successivi sono sfuocati, luci dell’ambulanza un gran vociare e nulla più. Non so di chi fosse quella macchina, o forse faccio finta di non saperlo è stato lui a ridurmi cosi, è stato lui a farmi tanto male, e ora io sono qui inerme su un letto di ospedale, non riesco a parlare. Vorrei pronunciare quel nome che un anno fa, mi sembrava bellissimo mentre ora rispecchia il volto del diavolo, vorrei denunciarlo, guardarlo negli occhi e dirgli che lo odio, come ha potuto farmi questo, come ha potuto?
Piango, #piango tanto e questo non mi fa bene perché il pianto mi toglie il respiro, ed io ora ho bisogno di respirare, vorrei urlare.
L’infermiera che prima mi sorrideva con gli occhi si avvicina veloce, sento la sua voce, ora la sento forte “FERMI BASTA” urla, si avvicina, mi prende la mano e mi guarda dritta negli occhi con determinazione, “ce la puoi fare!” mi dice, la guardo e ho paura, e lei lo sa. “Lo so che hai paura ma non permettere a quel bastardo di prendersi anche la tua vita, lotta, fallo per te, perché sei bellissima e perché te lo meriti, ti meriti di vivere e di fare tutto ciò che hai sempre voluto fare, siamo tutti innamorati dell’amore non è colpa tua il suo comportamento ma solo sua.” Mi asciuga una lacrima incastrata tra le ciglia e poi continua “Sappiamo ciò che è successo, lui è già stato arrestato, ora tu devi avere coraggio, e lo so che non è facile, lo so che non è giusto ma ti puoi riscattare, puoi essere ciò che hai sempre voluto essere, noi possiamo aiutarti, ma devi collaborare con noi, abbi fiducia in noi” e lo faccio, mi affido a queste persone perché, l’infermiera dagli occhi buoni ha ragione, io merito una vita migliore e posso ricominciare, anche se lo so, non sarà facile.








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